Comunità Papa Giovanni XXIII – Storia di un cammino

[1] La prima intuizione il Signore la donò nel 1953. Ero assistente della Gioventù Cattolica; i ragazzi dopo i 12-13 anni, in piena esplosione puberale, abbandonavano la pratica religiosa, vivevano nuove esperienze nelle quali Cristo non c’era. Essi assumevano un nuovo modo di pensare, vedere, giudicare e quindi scegliere che non era quello di Cristo. I nuovi comportamenti erano intrisi di disvalori grossolani, che però per essi erano valori perché li aiutavano a sentirsi vivi, ad essere qualcuno, a trovare un certo gusto nella vita che non era quello vero.

Capivo che questi disvalori entravano nel loro ciclo vitale; mi venivano in mente le parole della Scrittura: «L’adolescente dalla via che ha intrapreso non se ne allontana neanche nella vecchiaia». Allora capii che era necessario far avere ai teen-agers, specialmente nella fase puberale, un “simpatico incontro con Cristo”. L’intuizione fu poi largamente confermata dall’esperienza e dalla ricerca. Nel tempo abbiamo visto che aveva ragione Rousseau nell’Emilie nel dire che l’adolescenza è una nuova nascita, ma anche De Greef che afferma che l’adolescenza è la morte della maggior parte degli adolescenti. Tutto dipende dall’incontro con persone che affascinano e comunicano con la loro vita i valori che portano in se stessi.

Queste persone possono essere adulti ma soprattutto sono i componenti il gruppo dei pari. Hanno confermato l’intuizione i tossicodipendenti, simbolo di una umanità senza speranza. Bisognava allora fare avere un incontro con Cristo che realizza la vita vera. Bisognava trovare un metodo adeguato all’età.

Nel 1955 mi trovavo dal caro amico Elio Cavalli, in settembre, a Penia di Canazei, nella pensione Madonna della Neve. Facendo un’escursione nel gruppo del Catinaccio, mentre ero nel mezzo di quel maestoso catino, ebbi questa idea: “Bisogna costruire una casa fra queste splendide montagne, che creano meditazione e fascino per i nostri pre-jù (13-14-15 anni); saranno aiutati a trovare Cristo”. Avevamo già separato i pre-jù dagli aspiranti nei campeggi estivi e li portavamo a Balze [2]: ma le Dolomiti sono un’altra cosa. L’intuizione fu poi confermata dall’esperienza: nel periodo puberale per una serie di coincidenze favorevoli e per la grazia del Signore, l’adolescente ha l’intuizione che Dio esiste con una certezza assoluta. Le parole infinito, immenso, eterno da sole commuovono i quindicenni. Fra quelle montagne non c’è bisogno di ripetere quelle parole: esse sono contenute nella roccia, in quelle vette. Alcuni sacerdoti cominciarono a collaborare alla realizzazione di questi soggiorni. Il Vescovo Emilio [3] vedeva il numero notevole di ragazzi che venivano a confessarsi ed era colpito da questo fatto.

Nel 1956 organizzai i primi due soggiorni sulle Dolomiti, uno presso la Pensione Madonna della Neve, l’altro presso l’albergo Vernel. Negli anni seguenti continuammo 1’esperienza sulle Dolomiti e sulle Alpi. Il risultato ci entusiasmava. Dei giovani delle scuole superiori collaboravano molto seriamente; ad essi si unirono seminaristi e alcuni sacerdoti.

Nel dicembre 1956, con Aldo Amati, l’attuale Vicario Generale di Rimini, andai a cercare la terra da acquistare per costruire la casa per gli adolescenti. Nel 1957 il lotto fu acquistato ad Alba di Canazei: non avevo neanche il becco di un quattrino! Domandai 1’aiuto a un caro amico che era stato in seminario (sono stato padre spirituale dei seminaristi dal 1953 al 1969) che si trovava negli Stati Uniti. Mi rispose che se fossi andato a chiedere i soldi agli americani me li avrebbero dati.

Domandai al vescovo Emilio di andare negli Stati Uniti a chiedere soldi per costruire; mi disse di sì, e con Filippo – vocazione adulta – feci il primo viaggio. Con don Sisto feci il secondo viaggio. Passavamo di fabbrica in fabbrica chiedendo il contributo e raccogliemmo abbastanza, ma l’incontro con il Card. Richard Cushing [4] fu risolutivo perché egli ci diede quanto ancora mancava alla costruzione del grezzo.

Nell’agosto del 1958, prima di partire per l’America, il Vescovo aveva benedetto la prima pietra. I lavori cominciarono con un prestito. Nelle tante avventure capitate negli Stati Uniti toccammo con mano quello che poi il Signore avrebbe fatto diventare patrimonio della nostra vocazione: il disegno è di Dio, egli ce lo manifesta passo dopo passo, noi siamo servi suoi ed è già tanto infinitamente grande il solo fatto che egli ci ha resi suoi collaboratori nel portare a tutti i frutti della redenzione.

Nel 1960 il primo soggiorno di adolescenti nella casa costruita; nel 1961 l’inaugurazione dell’attuale Casa Madonna delle Vette. Da allora un flusso di trecento teen-agers all’anno scuote quella casa ed essi incontrano in modo simpatico Cristo.

Il Signore ci aprì gli occhi! Gli adolescenti erano veramente ultimi, poveri, oppressi. Terra di nessuno, venivano violentemente occupati dagli adulti che li trasformavano in consumatori e strumenti di produzione o in adepti di ideologie politiche impazzite: vite bruciate da resuscitare in Cristo. In essi il Signore ci ha indicato il primo consistente nucleo dei poveri ai quali avremmo dovuto dare la vita, non come assistenza ma come appartenenza. Il tentativo di tradurre in atto la condivisione furono i gruppi del vangelo nelle diverse realtà in cui vivevano.

Nel 1968 incontrai degli handicappati nel Centro Medico Psicopedagogico che era stato aperto a Rimini: andavo, tentando di fare catechismo. A Bologna nel Centro Discinetici feci l’invito a suor Gabriella, che li curava con amore, di portarli ad Alba di Canazei. Fu un incontro-rivelazione. Dopo quel soggiorno la vita con gli handicappati si sviluppò intensamente, i giovani, vari dei quali alunni del liceo dove insegnavo religione, dopo aver visto non potevano fare finta di non aver visto, dopo aver capito non potevano far finta di non aver capito; così continuarono la presenza agli handicappati coi quali erano vissuti in montagna.

L’azione fra gli handicappati si sviluppa celermente: soggiorno a Canazei, al mare nei principali alberghi, giornate nelle parrocchie, incontro con la gente. Ci si rivelarono altri aspetti della nostra vocazione. L’espiazione. Quei ragazzi espiavano un peccato che non avevano commesso loro e  neanche i loro genitori, ma tutta l’umanità. Molti di loro erano rinchiusi negli istituti dove delle holding gestite da laici, da società varie investivano denaro per profitto. Capimmo che noi eravamo chiamati ad espiare con loro condividendone la vita. Espiazione: uno degli aspetti più profondi della nostra vocazione.

Ci si manifestò anche un altro aspetto della nostra vocazione: bisognava rimuovere le cause di una emarginazione così clamorosa; chi tace sull’ingiustizia ne è complice. Oltre che condividere dovevamo rimuovere le cause della emarginazione, con una lotta non violenta ma decisa: aspetto fondamentale della nostra vocazione. Alcune lotte significative possono essere riassunte da slogan: “Apriamo le famiglie, chiudiamo gli istituti”; “Apriamo le fabbriche, chiudiamo gli istituti”; “Non mantenuti, ma lavoratori”; “Non oggetto di assistenza ma protagonisti di vita, costruttori della società”; “Là dove siamo noi, lì anche loro”; “Non per loro, ma con loro”. Se non si rimuovono le cause, si aiuta l’oppressione. Non si può essere neutrali: o scendere nel fosso con la vittima dei ladroni o con i ladroni.

Nel 1972 il Signore ci ha fatto fare un’altra scoperta; avevo scritto nel 1968: «occorre una casa in cui accogliere qualsiasi persona che bussa senza chiedere nome e cognome; sono fratelli da amare e basta». Un giorno dissi ad una ragazza inquieta e alla ricerca di una donazione piena per amare Dio e il prossimo: vuoi mettere la vita con quella di coloro dei quali nessuno s’innamora? Con lei sola iniziammo la prima accoglienza di 24 ore su 24. Non pensavamo che il Signore ci apriva una via di condivisione diretta. Scoprimmo che la realtà aperta, invece di essere un Pronto Soccorso, era una vera famiglia: capimmo che gli adolescenti che delinquono sono ragazzi che cercano disperatamente chi voglia loro bene; che ogni bambino ha diritto ad avere una famiglia, una madre e un padre, dei fratelli con cui giocare; che ogni bambino venuto al mondo soddisfa il suo bisogno di essere accolto e di sicurezza solo se trova chi lo sceglie perché lo ama; che si può rigenerare nell’amore chi non si è generato fisicamente; che i bambini in istituto sono il dito di Dio puntato verso di noi.

Eravamo partiti con un Pronto Soccorso, ci siamo trovati con una vera famiglia, chiamata casa famiglia solo perché la funzione patema e materna è ragione del loro esistere e caratterizza tutta la vita. Con le case famiglia il Signore ci fa approfondire un aspetto della vocazione che già avevamo intuito: la condivisione piena, come dono che Dio ci fa donandoci la vita dei poveri da condividere.  Abbiamo capito che tale condivisione chiede l’appartenenza e che rende visibile il mistero di Cristo unito al suo popolo. Abbiamo intuito il mistero intimo della nostra vocazione: «Gesù da ricco che era si è fatto povero, perché noi diventassimo ricchi della sua povertà» (2Cor 8,9). Egli non riteneva il suo essere Dio un privilegio (cfr. Fil 2,6). Egli si è confuso con i poveri fisicamente (cfr. Mt 25,35-36). Egli ha scelto di essere maledetto con i maledetti (cfr. Gal 3,13).

Abbiamo capito che la ragione della nostra condivisione è Gesù che condivide la vita degli uomini a partire dagli ultimi, e che questo suo modo di essere non è altro che il risultato del suo modo di essere con il Padre: una sola cosa. Tanto è vero che il suo cibo è fare la volontà del Padre: egli è nel Padre. Abbiamo capito il carisma particolare ricevuto dallo Spirito dai membri della Comunità: conformarsi a Gesù povero e servo, che espia il peccato del mondo e che condivide la vita degli ultimi; e per questo ha scelto liberamente ciò che gli ultimi sono costretti a subire per forza.  Abbiamo ulteriormente capito la nostra missione nella Chiesa: togliere lo strazio nel Corpo di Cristo, condividendo la vita delle membra che sembrano più deboli mentre sono le più necessarie (cfr. 1Cor 12,22-25).

Le case famiglia si moltiplicarono prendendo forme diverse quali i centri di prima accoglienza di bimbi in stato di emergenza, le case famiglia per adolescenti. Vivendo la casa famiglia si sente quanto è bello che i bimbi tutti abbiano una famiglia; per cui ci siamo buttati a capofitto nella sensibilizzazione per l’affido familiare. Centinaia di famiglie hanno voluto dare la gioia di sentirsi figli a tanti che non potevano stare con i genitori di origine.

Nel 1980 il Vescovo di Rimini [5] ha chiesto alla Comunità, presente in diocesi di Rimini, di aprirsi ai tossicodipendenti. Abbiamo risposto di sì. Le comunità terapeutiche sono cresciute, i giovani tossicodipendenti che si rivolgono a noi crescono di anno in anno. Il Signore ci ha fatto scoprire attraverso loro che la soluzione dei problemi umani non è qualcosa ma Qualcuno.

Il bisogno vero dell’uomo è Dio. Quando questo bisogno non è soddisfatto si ha quella solitudine esistenziale che dà il senso di inutilità della vita e quando una cosa non interessa, la getta via.

In noi si è accentuato ancor più un altro aspetto della vocazione: quello di essere contemplativi di Dio nel mondo, condividendo la vita degli ultimi. Toccammo con mano che sa stare del tutto con il povero chi sa stare del tutto con il Signore; che per stare in piedi bisogna stare in ginocchio; che capisce il povero colui che il Signore glielo fa comprendere. Si aprì la prima casa della preghiera in Piemonte, ad essa si è aggiunta quella di Rancidello, nella Repubblica di San Marino. Il movimento di preghiera si è sviluppato sempre più intensamente, sostenuto dalla scuola di preghiera della Comunità; è sorta anche la casa dì vita ritirata: l’unica vocazione viene sostenuta dalla preghiera e dall’unione con Dio come modo di essere.

Molta gente veniva a bussare alla porta: il tempo era giunto per aprire dei “pronto soccorso sociali” nei quali accogliere tutti coloro che bussano e che rimangono con noi fino a quando il loro bisogno è risolto. Poveri di ogni sorta, usciti dal carcere, malati di Aids, persone sulla strada, vengono accolte e tenute con noi fino a quando è per loro necessario. Dal 1982, anno in cui abbiamo iniziato,  ora sono sei le case di pronta accoglienza.

Questi poveri ci hanno fatto capire Gesù che accoglie ogni povero. Nel 1982 ci venne 1’invito di aprirci ai lebbrosi; nel 1983 ci fu un primo contatto. Il Signore ci voleva fra i bambini handicappati psichici. II Vescovo di Ndola (Zambia) ci invitò ad aprire una casa famiglia nella sua diocesi. Nel 1986 inaugurammo la “Holy Family Home for children”. Dallo Zambia siamo passati al Brasile. Ora andiamo in Tanzania. Il Signore ci ha fatto capire che non si è Chiesa se non si è per tutta la Chiesa. Per noi è un dono avere fratelli che vanno a vivere la vocazione in terra di missione.

Nel 1988 il Signore ci ha aperto gli occhi: fino ad allora erano i poveri che venivano a cercarci, ma c’erano dei poveri che non sarebbero mai venuti; a quelli dovevamo andare noi. Abbiamo cominciato a frequentare la stazione ferroviaria, alcune piazze frequentate da barboni. Quanti trovavamo abbandonati li raccoglievamo e provvedevamo a 1oro. Continuiamo tuttora; il numero di coloro che accogliamo è cresciuto: ci è stata data una casa, chiamata “La Capanna di Betlemme”. All’inizio, quando non avevamo una casa, portavamo i barboni nelle pensioni, ma la seconda volta ci dicevano: “non c’è posto”. Ottenuta la casa ci siamo ricordati che anche per Gesù non c’era posto in pensione ed è finito in una capanna. Questi poveri ci hanno fatto capire un’altra parte della nostra vocazione: vivere una vita da poveri, cioè scegliere liberamente ciò che gli ultimi sono costretti a vivere per forza, non considerandosi proprietari ma amministratori.

Ultimamente il Signore ci ha fatto incontrare con gli zingari: ci battiamo per i loro diritti, sono un popolo e hanno dei diritti ma sono misconosciuti; solo pregiudizi che diventano giudizio universale. Ora l’impegno per loro si è largamente esteso in Comunità. La vita con loro ci ha arricchito dei loro valori: per non rinunciare alla loro libertà, all’aria, alla luce, alla vita semplice, non arricchiscono. Hanno attività illecite, anche, ma i residenti non lasciano spazio per vivere, non li vogliono proprio. Con loro abbiamo perso popolarità, siamo chiamati “maledetti”: non ci dispiace esserlo con i maledetti! Nel 1980 monsignor Giovanni Locatelli ci ha chiesto di approfondire la nostra vocazione e la nostra collocazione nella Chiesa. Ne è venuto fuori lo “Schema di vita” che egli ha approvato il 25 maggio 1983. Siamo proprio contenti!

La vocazione viene vissuta nello stato di vita matrimoniale, celibatario consacrato e non, e in tutti gli ambiti della vita umana, quali: la professione, il lavoro, la vita politica, l’impegno sociale. I membri della Comunità sono operai, maestri, insegnanti, medici, avvocati, psicologi, casalinghe, ecc. che svolgono il loro compito con la professionalità richiesta dall’amore.

Nel 1984 abbiamo avuto le prime due sorelle che hanno emesso i voti di povertà, castità, obbedienza nella Comunità. Ad esse ora si sono aggiunte altre sorelle ed altri fratelli con i voti di consacrazione. Ultimamente si è iniziato un altro cammino nell’interno della Comunità, la preparazione ai voti degli sposati: povertà, castità coniugale, obbedienza. Sono varie le coppie interessate.

Il nostro sogno, che in realtà è già cominciato a realizzarsi: la vita insieme di sposati, celibi consacrati e non, in piccoli nuclei. Nel nostro cammino, nella nostra vocazione, questo tipo di vita insieme ci è necessaria, per sostenerci a vicenda e per portare avanti la condivisione di vita con i poveri. Vivere 24 ore su 24, con ogni sorta di disagio umano, chiede tanto! D’altra parte i figli delle famiglie e delle case famiglia sono figli di tutta la Comunità. Per noi tale vita insieme è tanto arricchente e sviluppa una particolare spiritualità.

Siano rese grazie a Dio! [6]


[1] Testo dattiloscritto con correzioni a mano, senza data. Dai rifermenti contenuti nel testo si può collocare lo scritto negli ultimi mesi del 1991.

[2] [NdR] Balze di Verghereto (Le Balze nell’uso locale) è una località turistica dell’Appennino tosco-romagnolo, frazione del comune di Verghereto in provincia di Forlì-Cesena. Incastonato ai piedi di una falesia rocciosa a poca distanza dal Monte Fumaiolo (1.408 metri s.l.m.) e dalle sorgenti del Tevere.

[3] Emilio Biancheri (1908 – 1982) è stato vescovo di Rimini dal 7 settembre 1953 al 17 dicembre 1976.

[4] Richard James Cushing (Boston, 24 agosto 1895 – Boston, 2 novembre 1970) è stato un cardinale statunitense, arcivescovo della diocesi di Boston dal 25 settembre 1944 all’ 8 settembre 1970.

[5] Giovanni Locatelli (Rota d’Imagna [BG], 15 settembre 1924 – Milano, 20 febbraio 2004) è stato vescovo della Diocesi di Rimini e di San Marino-Montefeltro dal 22 febbraio 1977 al 12 novembre 1988, data in cui papa Giovanni Paolo II lo nominò vescovo della diocesi di Vigevano (PV).

[6] Allegato al testo dattiloscritto e firmato da don Oreste, si trova un altro foglio in cui è riportato il seguente testo: “Caro Giorgio, ti invio di nuovo le pagine 4-5-6-7 della storia della Comunità. Le due pagine di indirizzi delle strutture della Comunità le devi inviare al signor Giancarlo Rocca, assieme a Questa tonaca lisa, a La storia della Comunità e La preghiera dei poveri. Grazie Giorgio, Se c’è qualcos’altro che non funziona, mandami giù un fax” “+ la mia lettera indirizzata a Giancarlo Rocca, che ho dimenticato di firmare. Per favore, fa tu la mia firma!!!!! Ciao, don Oreste”.

[NdR]: Giancarlo Rocca, probabilmente professore, scrittore, esperto di storia della Chiesa e vita consacrata, direttore dal 1965 del “Dizionario degli Istituti di perfezione”.