MESSA COMUNITARIA DEL 04/09/1982 – 23° DOMENICA TEMPO ORDINARIO – ANNO B

Invochiamo insieme lo Spirito Santo.
Invocare lo Spirito Santo vuol dire rendersi disponibili coscientemente alla sua azione dentro di noi, in modo che egli abbia mano libera dentro di noi. Invocare lo Spirito Santo vuol dire dichiararsi disponibili a lui, anzi, chiedere che operi dentro di noi il più possibile, perché nulla noi vogliamo frapporre fra la sua azione e il nostro spirito, in modo da diventare veri.

Quindi, invocare lo Spirito Santo vuol dire piangere il proprio peccato ed esprimere un desiderio di ricostruzione della nostra vita nel Signore. Invochiamo quindi lo Spirito del Signore perché operi in noi, non magicamente, ma dicendogli che siamo disponibili a lui. Allora dobbiamo avere quell’umiltà che è serena visione del nostro limite e desiderio che egli operi in noi.

Continuiamo la meditazione che facevamo sabato scorso, perché il tema è attinente.
Partiamo dal Salmo 145: «Il Signore rende giustizia agli oppressi, il Signore dà il pane agli affamati, il Signore libera i prigionieri. Il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, il Signore protegge lo straniero. Egli sostiene l’orfano e la vedova».
Appena noi diciamo la parola oppressi, pensiamo a coloro che sono sotto l’oppressione, ma il discorso corre il rischio di non essere esatto se noi quando diciamo oppressi non pensiamo prima di tutto agli oppressori, cioè a chi opprime.
Quando diciamo gli affamati, i popoli che hanno fame, fame di pane, fame di casa, fame di riconoscimento della dignità della persona umana, appena pensiamo agli affamati, il nostro pensiero va a delle persone che sono sofferenti e talvolta sono al limite della vita, della resistenza nella vita.
Invece, quando parliamo di affamati, prima di tutto dobbiamo parlare di coloro che affamano.
Quando parliamo dei prigionieri, dobbiamo prima di tutto parlare di tutta la situazione che crea le condizioni perché ci sia la persona che va in prigione, nel senso più vasto della parola. Chi va in prigione per il proprio delitto, chi va in prigione, invece, per il delitto altrui: dobbiamo sempre pensare a chi produce questo.

Quando noi parliamo dei ciechi, pensiamo ad una categoria di persone, ma non pensiamo invece a coloro che, a causa del limite che il cieco ha, lo elimina e quindi lo rende davvero cieco nel senso che non può più vivere in mezzo agli altri. Noi, invece, parlando dei ciechi, dobbiamo parlare prima di tutto della situazione del cieco, della realtà che rende il cieco del tutto cieco e delle sue conseguenze.
Quando noi parliamo di chi cade, di coloro che cadono, dobbiamo parlare prima di tutto di chi dà le spinte per far cadere. Quando noi parliamo dell’orfano e della vedova, dobbiamo parlare di coloro che, approfittando delle condizioni dell’orfano e della vedova, li emarginano e li opprimono.

Anche se noi facciamo questa riflessione, però ancora non siamo a posto. Quando noi parliamo degli oppressori andiamo a pensare ad una misteriosa categoria di persone che opprimono; siamo invece degli ipocriti, perché prima di tutto io devo pensare a me che opprimo e devo fare la verità e vedere quali sono le mie vittime. Quando io parlo, per esempio, di coloro che sono violenti, devo prima di tutto chiedermi in che cosa io li rendo violenti, altrimenti il discorso non è vero.
Quando io parlo di coloro che affamano, penso subito a una categoria di persone misteriosa in cui io, certamente, non ci sono. Invece, prima di tutto, devo vedere io in che misura produco la fame su questa terra. E se posso dire che io non rubo, però anche io mi metto alla tavola dei ladri, perché l’ordine umano attuale poggia sull’iniquità in quanto la distribuzione dei beni non avviene secondo il bisogno della persona umana e di ogni persona umana, ma avviene soltanto in forza dei privilegi conquistati dalle diverse categorie umane, nessuna esclusa.

Anche noi nella Chiesa abbiamo categorie di benessere. Non sono io che vado a rubare, ma appartengo ad una categoria che, attraverso la propria forza di contrattazione, ruba e prende le fette più grosse e io mi metto seduto tranquillamente a quella tavola dicendo: sono innocente!
Sarebbe bello che andassi a rubare anche tu, dato che ormai mangi alla tavola dei ladri. Io mi devo sentire ancora tra coloro che affamano la gente, allora il discorso diventa più sincero, meno accademico, diventa tormentoso.
Così le parole diminuiscono e la pensosità mi prende dentro: quando io penso a coloro che emarginano e vedo questa categoria di cattivi che emarginano, io non mi metto prima di tutto fra coloro che emarginano ma mi penso come libero. Invece devo guardare dentro di me che emargino e riconoscere quali sono le vittime della mia emarginazione e come io, pur vedendo, faccio finta di non vedere e, pur capendo, faccio finta di non capire. Ecco allora che mi devo rendere conto di me stesso.

Non potrà mai avvenire un cambiamento su questa terra se prima di tutto non cambio io. Il mondo si trasforma nella misura che io mi trasformo e ho il coraggio della verità non da proclamare agli altri ma prima di tutto da proclamare a me stesso. Allora finalmente, da uno stato di semicosciente ipocrisia e falsità, costringo me stesso ad entrare nella verità della vita.
In realtà, io vedo sempre più in me che sono chiamato a giudicare il mondo, ma non sono chiamato a giudicare il mondo con le parole: sono chiamato a giudicare il mondo con un giudizio di vita.
È la tua vita che deve giudicare il mondo prima che la tua parola. Invece la tua parola giudica il mondo ma copre la realtà per cui anche tu sei nel mondo.
Io lo so: mentre medito queste parole, io non mi sento a posto. Penso che questo sia un discorso duro, un discorso difficile. Perché è duro? Non tanto a comprendersi, ma perché mi chiama in causa, perché mi porta a guardarmi in faccia, mi porta a non pensare il male fuori di me, ma a pensarlo dentro di me, realmente.

Da dove viene in realtà questo male? Già nella meditazione di sabato scorso lo accennavamo. Approfondiamo un istante. Proviamo a vedere come io normalmente mi pongo di fronte al mio prossimo. L’uomo, istintivamente, si pone di fronte al suo prossimo in questi tre modi: prima di tutto vede il prossimo come uno strumento di cui si può servire. Per che cosa? Per la propria sicurezza, per la propria sopravvivenza.
A meno che non sia avvenuto un fatto straordinario di grazia, per il semplice fatto che siamo uomini, istintivamente non abbiamo un occhio buono verso il fratello. E per occhio buono voi capite cosa intendo dire: non è detto che la persona umana appena vede il prossimo, sia automaticamente spinta al bene. Non è vero. Automaticamente la persona umana è portata prima di tutto a vedere se da quella persona può ricavare qualcosa. Se può essere un suo strumento, strumento della sua gloria, strumento della sua affermazione, strumento del suo posto, strumento del suo privilegio, strumento del suo benessere, strumento della sua sicurezza umana.

Istintivamente la persona umana non parte con un cuore puro. Il cuore puro è dono della grazia ed è conquista, ed è dono grande di Dio. Istintivamente l’uomo parte inquinato verso l’altro uomo.
Io devo diffidare di me stesso: non posso partire credendomi un santo. No. E d’altra parte poi se ne accorgono quelli che stanno vicino a te, se ti credi santo; quanto dura poco quell’illusione! Istintivamente tu non sei proprio un santo per niente e credo che non ci voglia una grande facoltà mentale per poter dimostrare questo fatto. Tu istintivamente sei un profittatore. Voi direte che esagero. Io ringrazio il Signore se esagero nei vostri confronti, perché vuol dire che siete andati avanti, però state attenti: istintivamente è nascosto in noi il profittatore, lo sfruttatore.

Quando noi parliamo di sfruttatori, andiamo a pensare a una categoria maledetta di uomini. No, sta calmo! Anche se tu dalla sedia dove sei a tavola fai alzare sempre gli altri e tu non ti alzi mai, sei un profittatore e uno sfruttatore; anche se hai mille motivi: gli altri che si devono esercitare, gli altri che devono riconoscere la tua fatica, ecc. Tu sei un bel profittatore e basta!
Se tu, praticamente, ti difendi quando c’è qualcosa di difficile da fare e non sei il primo tu a farlo ma esigi che lo facciano gli altri, sei un bel profittatore e sei una bella faina dentro di te, altro che le storie! Chiamati per nome e comincia a sentire la puzza che fai: allora ti viene la voglia di liberarti!

Voi direte che sono esagerato, forse; io penso di no. Penso di essere troppo delicato ancora!
Se per esempio tu istintivamente ti metti vicino a una persona, non mi dire storie, tu istintivamente vai a cercare quello che ti è simpatico, quello che è bello per te, quello che è grazioso, quello che ti dà una certa sicurezza, che non ti dà fastidio. Tu sei un profittatore: non mi venire a dire che tu vuoi bene a quella persona! Ti riscaldi con quella persona, ma non mi venire a dire che tu sei istintivamente una persona a posto. No! Tu ti devi guardare dentro e ti devi difendere e noterai che il lavoro interiore dentro di te è enorme e che talvolta, dopo anni e anni, fai l’amara scoperta che sei ancora un terreno incolto e dissodato per niente. E crescono un sacco di erbacce e anche le bestie velenose girano dentro nel sottobosco che si è creato.

Allora ti accorgi e con amarezza dici: “Com’è vero quello che ha detto Gesù. Perché vai a togliere la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello mentre non vedi la trave che hai nel tuo occhio?”. Forse che non dovrò andare a togliere la pagliuzza nell’occhio del mio fratello? Ma sicuro che dovrò andare! Ma prima cavati la trave che hai nell’occhio, perché altrimenti tu non puoi vedere la pagliuzza e ti diverti sull’altro. No, no, no! Dentro di te, istintivamente, tu ti muovi approfittando, trovando che l’altro ti serve, che ha qualcosa che può servirti, che può essere strumento della tua persona, perché ancora devi sviluppare la redenzione di Cristo nel tuo cuore.

Quando leggevo le vite dei santi e vedevo che i santi si definivano grandi peccatori, dicevo: ma guarda che falsa umiltà, loro che erano così vicini a Dio! Poi ho capito che non è vero un bel niente. Anche loro, istintivamente, erano come me. Istintivamente sentivano di approfittare degli altri, sentivano il morso dell’orgoglio, della vanità, della gelosia e di tutto. Altro che le storie! E avevano molta ragione e scrivevano: “me, peccatore dei peccatori”. E avevano ragione. Solo che c’era una differenza: che io non capivo il mio peccato, loro invece lo capivano. È per questo che erano seri col Signore. Altro che le smanie e le storie.

Tu allora, istintivamente, vedi l’altro come uno strumento, vedi l’altro come un’occasione. Tu vedrai che di certe persone non intendi sbarazzarti e stai a lungo con loro. Ma con altre persone tu dici: “oggi ho fretta, ho un impegno, ho un altro lavoro, non riesco a trovare tempo, devo andare, ho da fare”. La verità è che quello lì è un poveraccio che ti dà fastidio e per te non c’è occasione di sfruttamento, non c’è occasione e quindi via, te ne liberi. Ma leggiti nel cuore!

Quando ti scoprirai così, diventerai prima di tutto un uomo, non chissà chi! Un uomo serio, che non carica più sulle spalle degli altri dei pesi che lui non tocca neanche con un dito, ma diventerai prima di tutto sincero. Che gioia c’è quando finalmente la persona è sincera con se stessa. È la stessa gioia che uno prova quando non è più dominato dalla vanità, dall’orgoglio: lo sente tutto, ma non si lascia più dirigere da quelle cose.

Oppure: l’uomo che cos’è per l’altro? È un ingombro, dà fastidio. E tu ricordati che quando una persona ti dà fastidio, presto o tardi arrivi ad eliminarla. Ricordati, però, che tu sarai ipocrita: non lo ammetterai mai dentro di te, ma quel fratello, quell’amico, quell’altro, quando ti sarà d’ingombro, tu lo eliminerai. Sì, fratellini miei!

Il fatto, per esempio, della difficoltà di stare in un nucleo: pensaci bene al perché è difficile. Perché non hai voglia dell’altro. Perché hai sfiducia. “Ma non è vero! È perché dovendo andare in mezzo a loro mi pone una problematica”. Ma non mi venire a dire mille altre ragioni. È che quella faccia là non ti va. Adesso voi direte: “don Oreste, sei esagerato!”. Pensateci bene: forse c’è qualche motivo nascosto che non hai tirato fuori. Ma il problema c’è. Se però questo non fosse vero, io non intendo giudicare nessuno in questo momento, perché ci possono essere dei motivi per ogni persona, però io te lo richiamo. E te lo devo richiamare: esaminati se non sia il fatto che l’altro ti è ingombrante, che l’altro ti è di peso. Prova a vedere se sono proprio i motivi di santità, perché proprio vuoi amare Gesù in maniera tale che se andassi lì dentro a quel nucleo, per carità, non lo potresti amare! Allora, ti metto la firma sotto.

Oppure hai qualche altro motivo: ma dillo ai tuoi fratelli, perché anche gli altri che si trovano eventualmente in pericolo in qualche nucleo, visto quel pericolo, possano andare via. Il problema è serio. Cioè, noi non possiamo andare avanti sempre così, all’acqua di rose, perché tutto questo proviene da noi che istintivamente non riconosciamo l’altro come figlio di Dio.
Istintivamente noi non lo riconosciamo. Prima di arrivare a riconoscere l’altro come figlio di Dio, io devo passare attraverso delle grandi purificazioni interiori. L’altro lo vedo soltanto o come un ingombro da buttar via o come un’occasione da cui ricavare qualcosa o come uno strumento di cui servirmi. E quando posso, ignoro l’altro e faccio finta di non vedere.
Fratellini miei, come dobbiamo smuoverci dal di dentro e liberarci! Allora se io vedo il limite dell’altro, quando mi converto realmente, esso non è più una causa di allontanamento da lui, ma è l’inizio della mia responsabilità.

Non siate dolci con voi stessi nel dire: “non ci posso far niente, quello è inconvertibile, quello è fatto così”. Poche smanie! Fa’ la verità dentro di te. Tu stesso ti condanni con le tue parole, perché hai detto: “io e lui siamo una cosa sola”. E allora, perché dici così? Allora il peccato dell’altro è una chiamata ad amare di più, solo che tu sei costretto a lavorare dentro di te, a operare dentro di te. E senti che la prima persona da mettere in crisi sei tu stesso.

La parola che i nostri antichi dicevano, il proverbio homo homini lupus rimane perfettamente vero: l’uomo è un lupo per l’altro uomo. Un lupo che ha studiato il galateo e che quindi sa mascherare le sue cattiverie, specialmente il galateo di Della Casa. E sa molto mascherare! Però io lo vedo dentro di me. E più vedo i miei limiti, più ho un grande desiderio: “Signore, fa presto, io voglio essere tuo figlio e basta”. Basta di questa roba! Quanto tempo hai perduto, allora: per che cosa? Per soddisfare te stesso in quanto te stesso, sottratto all’azione della Grazia, cioè la carne, come dice Paolo, che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici.

No! Il Signore è venuto, ci ha uniti a Lui, noi possiamo risorgere, noi possiamo essere altre creature. La tristezza, la malinconia (malinconia, non afflizione: anche Gesù era affitto nell’orto del Getsemani), la malinconia connaturata è indice sempre di un grido profondo del nostro spirito che vuole vivere secondo Dio e che è oppresso dal peccato, dalla colpa, dal male. Sì, è il grido dello Spirito dentro di noi che ci vuole risorti. Che bello allora quando si fa questa verità dentro di noi: non ci sono più nemmeno ostacoli a diventare comunità, perché essere comunità vuol dire esprimere esteriormente e con il mio prossimo la comunione.

Come posso allora io vivere la gioia della comunità e della comunione se io dentro di me distruggo e mi difendo dall’altro? Come devo fare la verità dentro di me, chiamandomi per nome e smettendo di mentire a me stesso? Mi ricordo sempre (non c’entra questo, però lo richiamo qui) che quando sono andato da Padre Pio con dei miei ragazzi, anni addietro, io servii la messa a Padre Pio. Poi ci incontrammo con lui con questo gruppo di ragazzi ed io dissi: “Padre, questo figliolo qui non crede in Dio”. Lui l’ha fissato ben bene e gli ha detto: “Non credi in Dio? – con quella voce che aveva – Manda via quella femmina che hai!”.
Aveva ragione. Quel ragazzo conviveva. Padre Pio aveva imbroccato in pieno. Altro che non credeva in Dio! Lui gli ha fatto la verità. Io avevo fatto tanti incontri su Dio con lui. Povero me! Fa’ pure gli incontri su Dio: lui aveva altri incontri! È qui il dramma.

Finché noi non facciamo la verità è inutile che andiamo a trovare mille ragioni. Sei fradicio dentro di te. Guarisci, risorgi! Cosa vai a incolpare, a gridare, a dire; ma risorgi, nasci e fa’ una vita veramente secondo la verità. Quella verità di Dio che Lui continuamente ti dona. Cosa piagnucoli: “perché quello mi ha offeso!”, “l’altro mi ha dato contro, l’altro ha parlato di me, l’altro non mi ha salutato!”. Ma smettila di piagnucolare, non sei altro che un mostriciattolo di te stesso. Liberati e canta il canto della vittoria!

Ecco allora la Prima Lettura. Isaia prevede il grande ritorno, il ritorno dei redenti, di coloro che sono stati riportati da Dio nel suo popolo. Ma prima Dio aveva lasciato che fossero schiavi, prigionieri, perché si accorgessero che Dio è Dio. Una volta che si sono riconosciuti in Dio e hanno riconosciuto che Dio è Dio, allora Egli li riporta di nuovo nella loro terra, ed ecco che ritornano cantando.
Gli occhi dei ciechi si sono aperti (pensate com’è stupendo questo canto), gli orecchi dei sordi si sono aperti, lo zoppo salta come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto: questo ha un significato non solo spirituale, ma anche fisico!
Perché (sentite questa) rifatta la comunione di popolo, allora dentro ci sta il cieco, lo zoppo, ci sta il sordo e saltellano dalla contentezza, perché hanno riscoperto la grande comunione ed essi non sono più gli esclusi. Ecco il canto di gioia. Quando io pensavo a queste parole, questa settimana, dicevo dentro di me: che vergogna dell’umanità! Non siamo ancora popolo, perché ancora con noi non si aprono gli occhi del cieco, non si schiudono gli orecchi del sordo del tutto, non salta ancora lo zoppo come un cervo, non grida di gioia la lingua del muto.

Nella nostra comunità questo avviene e Dio ha avuto misericordia di noi per salvarci. Più vado avanti, più capisco che Dio ha avuto un’infinita misericordia, non so di voi, ma di me lo posso dire, perché mi ha fatto incontrare i suoi poveri che per primi avvertono la comunione ricostruita. Ecco perché! Che bello questo, ne parleremo durante la Tre Giorni. Ecco perché la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dall’umana sofferenza e ne solleva l’indigenza, perché è assurdo che ci sia una comunione nella Chiesa quando i poveri sono esclusi, come dicono i nostri Vescovi. È impossibile una redenzione se non cominci.

Ecco la nostra vocazione nella Chiesa: piccolo segno per cantare la comunione coi fratelli. Perché una comunione ricostruita con Dio portando via il fango che hai nel cuore, la superbia che ti opprime, la vanità che ti ha fatto perdere tanto tempo in questi anni, l’orgoglio che ti ha sepolto e ti ha impedito di amare, ricostruita la comunione con Dio, non fai più nulla che ti impedisca di ricostruire la comunione coi fratelli e per primo allora vai e corri e l’effetto della comunione lo sentono i ciechi, gli zoppi, gli oppressi, i piccoli, perché se sei in vera comunione con Dio non puoi non far ridondare la comunione con loro che portano l’effetto di un peccato. Tolto il peccato, tu corri da loro.

Cristo non poteva essere Dio se non avesse cominciato dagli ultimi, perché è nella sua natura reale. Io prego proprio perché tutti voi abbiate una santa convinzione e un profondo entusiasmo per gridare al mondo. Ecco allora che abbiamo nell’interno della Chiesa una costruzione della Chiesa. La nostra vocazione non è soltanto sollevare il povero, no: è manifestare la Chiesa, la vera Chiesa che non è Chiesa se non è di tutti; non è Chiesa se fa soltanto assistenza. No, perché la comunione è legame fisico. Fratellini miei, ecco il canto di gioia della prima lettura, che è favoloso.
Isaia come doveva gioire nel vedere questa massa di popolo che aveva riconosciuto la comunione e i ciechi, gli zoppi, ecc. erano i primi ad andare avanti, ad annunciare che la comunione era avvenuta. Lo zoppo che saltella come un cervo e va avanti per gridare la festa, la festa dei figli di Dio! Ecco la Chiesa, fratellini miei. Allora non ci sono più i favoritismi. Allora, dice Giacomo (quanto è grosso quello che dice): «Dio non ha forse scelto i poveri del mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?».

Poi continua: non sono forse i ricchi che vi opprimono, che vi portano davanti ai tribunali? E giù, giù, giù. Solo che legnava ben forte, perché non aveva paura, non c’erano tanti compromessi. Noi dobbiamo gridare contro tutti i peccati, non solo contro alcuni peccati quando coloro che li commettono non possono far nulla perché non hanno la possibilità di difendersi.

Dio allora ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti. E guardate i segni di questa risurrezione di vita che sono tra noi. Voglia Iddio darvi la sua gioia, la gioia di contemplare questa grande realtà. Chiediamo insistentemente la conversione, davvero!

Messa Comunitaria Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
Parrocchia La Resurrezione, Rimini
Letture XXIII DOMENICA Tempo Ordinario – Anno B
Is 35,4-7a; Sal 145; Gc 2,1-5; Mc 7,37